Il peso dell’estate
Dopo un giugno movimentato e a tratti turbolento, si aprono due mesi in cui, per ragioni contingenti e negativamente concorrenti (nel senso che con-corrono a determinare la congiuntura negativa), mi trovo a subire una protratta permanenza urbana, senza poter derogare in modo significativo dal fare i conti con questa città che ho scelto poco più che ventenne, amandola come si può amare chi ti mostra spazi e pensieri di libertà, magister vitae e terreno di coltura delle migliori idee e di molteplici prassi virtuose.
Nel tempo l’amore ha subito colpi bassi e svariate delusioni ma, a tratti, tale sentimento riemergeva per quei singoli aspetti che rendono la vita degna di essere vissuta: l’apertura mentale delle persone frequentate, l’attitudine a fare solidarietà e gioco di squadra intorno a situazioni specifiche, una sanità eccellente che mi ha salvato la vita tre volte, i percorsi d’arte, le produzioni teatrali, l’attività coreutica. Non ultimo il mio lavoro, l’insegnamento, che era ancora in grado di sostanziare il senso di sé e del proprio ruolo nella vita e nel territorio: lasciare un segno, mostrare possibili vie.
Questi elementi che nutrivano il mio amore si sono pesantemente depauperati, un poco alla volta, e poi sempre più rapidamente e in modo incontenibile, durante e dopo la pandemia. Un amore che si è perduto.
Non voglio però cadere dentro la melma delle riflessioni tuttologhe, preferibilmente in forma aforistica e sentenziante, che van di moda oggi, nel mondo iper-stupid-social, cioè la realtà dell’umano s-pensiero. Mi limiterò a seguire tracce e personali sensazioni.
Nel colmo della calura dei giorni infuocati, proprio durante una di queste ultime notti, ero particolarmente sudata, inquieta, insofferente (e sofferente). Alle 4,00 la temperatura in camera era di oltre 30 gradi ma non volevo accendere la condizionata perché, sulla lunga, il motore riscalda l’aria circostante creando un circolo vizioso. Inoltre il fresco artificiale, sulla lunga, mi dà l’orrida sensazione di essere in un obitorio domestico. Mi sono alzata, rinfrescata con una passata di doccia e, in punta di piedi per non svegliare gli altri, sono uscita nell’aurora urbana. Torrida. Alle 5,00 ero davanti alla fermata del tram, 29 gradi. Dopo neppure 10 minuti ero in Piazza Fontana e, da lì, in Piazza del Duomo.
Cammino dentro la piazza e nelle prime vie circostanti. L’aurora si apre all’alba vera e propria ma i lampioni, per pochi minuti ancora, rimangono accesi in un particolare tempo sospeso tra la notte e il giorno. In quel momento interstiziale, così particolare, così evanescente, mi siedo sui gradini della statua a Vittorio Emanuele II e attendo, osservo, sento.
Appena arrivata, in piazza ci sono solo io, se si escludono due giovanissimi innamorati che si baciano sui gradini laterali del Duomo, piccoli di fronte alla maestosità della Cattedrale, avvinghiati, dentro un mondo tutto loro.
Nel giro di un minuto arrivano alcuni giovani fotografi asiatici che vogliono immortalare quel momento di passaggio, cavalletto, macchina fotografica, movimenti veloci e precisi.
Alle 5,30 i lampioni si spengono e l’atmosfera cambia improvvisamente, la suggestione si frantuma: è una piatta, torrida, lattiginosa alba metropolitana. E fa caldo. Noto che l’aria non ha odori, non ha consistenza olfattiva, è una sostanza pesante senza alcuna bellezza, non arreca sollievo, non offre piacere. Una fissità mortifera interrotta da poche e blande folate che portano con sé il dolciastro delle pattumiere. La calura è inderogabile, eppure in quest’ora di relativo benessere, rispetto ai 38 gradi che ci attenderanno in giornata, emergono alcune figure umane, piccoli punti sparsi nella vastità della piazza.
Figure umane giovani. Due ragazzi si sdraiano sui gradini del Duomo, sembrano appisolarsi. Una ragazza dai capelli multicolor, tatuata e borchiata in giusta proporzione, attraversa la piazza e si dirige chissà dove, forse a riposare dopo una nottata di divertimenti post Pride (c’era stata la tradizionale manifestazione, la sera prima).
Si avvicina un gruppetto interessante. Una donna intorno ai trent’anni, alta, bruna, bella, incrocia il cammino della giovane multicolor; deve essere reduce da una nottata esclusiva milanese essendo vestita con un aderente tubino nero di gran classe, una pochette dorata che fa pendant con due sandali improbabili: il tacco è altissimo, a spillo, con una fascetta dorata sul davanti, senza altro supporto o sostegno al piede sicché la poveretta, che desidererebbe essere ultra sexy, si trova a sciabattare da quell’altezza con andatura traballante. Un giovane uomo elegantissimo l’accompagna, mentre un altro li fotografa col cellulare in pose standard da seduzione femminea e uomo glorioso nella conquista. Poi si allontanano, i due uomini ridendo, lei arrancando sulle ciabatte a spillo ed è sicuramente stanca o strafatta perché, per tenersi in equilibrio sul selciato, allarga la braccia, quasi incespica, ed ecco che la stolida rappresentazione di una femminilità artificiosamente seduttiva si disfa in una penosa andatura grottesca e disarticolata.
Preferisco la ragazza multicolor, forse eccessiva nel mostrare i simboli dell’appartenenza ma senz’altro più composta dell’altra e, a suo modo, armoniosa.
Mi alzo, entro in galleria. A tutta prima mi pareva deserta, ma ora vedo bene che, proprio al centro, c’è una enorme bambola. Si muove, allora è umana, mi dico. Mi avvicino e vedo una giovanissima, minutissima ragazza asiatica. Indossa un abito di organza blu royale, con uno stile antico tornato di gran moda: corpetto aderente senza spalline e una gonna larghissima stile Rossella O’Hara. Poco distante c’è la sua famiglia (padre, madre, fratelli) e un fotografo che la immortala nel vestito vaporoso. Povera ragazza, sembra uno zucchero filato vivente. Purtroppo è qualcosa di peggio: una bambola. Il fotografo la fa girare su se stessa: la testa è fissa, gli arti appoggiati a quella gonna enorme con una mollezza voluta, rotea lentamente come un carillon d’altri tempi.
A un tratto, tornando sui miei passi, provo un forte senso di derealizzazione: come ci siamo ridotte così, ancora una volta fantocci di uno sguardo altrui, roteanti con abiti di tulle, zampettanti su sandali deformanti. So che durante il giorno inoltrato potrei osservare altri simulacri di donne non-donne: tirate in abiti aziendali, con le code di cavallo, le giacche e i pantaloni ma con i tacchi. So che ci sono tante altre donne diverse, più naturali e più aderenti al proprio essere, donne che, proprio per il loro essere fedeli a se stesse, faticano a farsi strada, a farsi ascoltare, quasi invisibili di fronte ai modelli del neo potere femminile farlocco.
Mi viene subito in mente la celebre pianista cinese che ha fatto della nudità, dei brillantini, dei sandali chilometrici, delle movenze orgasmiche sullo sgabello del pianoforte, un modo per attirare pubblico, per essere super richiesta, perché lei riempie i teatri da concerto.
Come ci siamo, tutti quanti, ridotti così?
Perché tolleriamo l’intollerabile?
Donne bambole, maschi rivoltanti, arte da avanspettacolo, questo clima rovente che ci fa presentire la catastrofe. Non dico che ci sarà, non sono pazza. Dico che ne ho il presentimento perché questi indizi e segnali di cedimento all’inutile, al grottesco, a simulacri di successo inconsistente, mi spaventano e mi opprimono. Più dei fatti a livello mondiale, sotto gli occhi di tutti, mi preoccupano questi sgretolamenti nel costrutto che noto quotidianamente.
Ritorno a sedermi sui gradini. Si son fatte le 6,30, sudo, mi sento vuota e inutile, accaldata e stanca. Mi sento fuori dal tempo.
Non so perché ho scritto di quest’alba.
Le parole sono salite dopo aver letto vari articoli celebrativi-per-forza riguardanti la Traviata da cortile, di e con Baricco (andate a vedere, informatevi, io sono incapace di spendere una parola di più in proposito). Mi è salito il disgusto, che già si era fatto sentire in occasione della sua breve ed eretica storia della musica classica. L’operazione segue, in termini musicali, ciò che è già stato fatto in termini letterari da decenni: prendere la scrittura dei classici, smembrarla, adattarla al livello dei più, privarla del suo spessore storico e culturale, dare in pasto al pubblico pagante e gaudente pillole di letteratura, pillole di musica, livellare tutto, far sentire tutti comodamente adeguati, coinvolti, immersi nell’esperienza. Così immersi nelle più superficiali emozioni, così narcisisticamente appagati per essere inclusi, da poter pensare che una scuola di narrativa crei di default uno scrittore. O anche un autore che possa scrivere un romanzo “a tema musicale” (alla Scuola Holden di Baricco c’è anche questo corso!).
Ma il colmo è la “Traviata da cortile” che fa il paio con la “Tempesta silenziosa”. Andate a vedere cosa sono, come vengono presentate queste esperienze “immersive”: qui, a mio avviso si è superato il livello di decenza.
Siamo lontani anni luce da El Sistema di José Antonio Abreu, l’immenso progetto venezuelano che prevedeva di portare la pratica e la cultura musicale ai bambini in situazioni di degrado e di criminalità. L’obiettivo era quello di determinare emancipazione attraverso lo studio e la pratica della musica.
Siamo lontani anni luce anche dal più recente progetto francese dell’orchestra sinfonica Divertimento, pensata e fondata dalla direttrice Zahia Ziouani, sempre con l’obiettivo di rendere prossima e accessibile la pratica della musica per giovani disagiati.
Queste operazioni non sono motivate dal business. Non sono trovate brillanti per promuovere una stagione musicale o dei corsi di scrittura. Queste operazioni fanno ciò che si dovrebbe: portare i giovani a crescere nel livello di conoscenza e di formazione, con fatica, con dedizione e con passione, perché è così che si forgia l’essere umano.
Eppure tutti conoscono e scrivono di tempeste silenziose, di lirica da cortile, di spettacoli sui mari e sui monti, avvolti dalla luce delle candele, nel pieno della notte o alle prime luci dell’alba, in abiti succinti, in abiti brillantinati, in ambienti con luci ed effetti speciali straordinariamente “emozionanti” e “immersivi”.
Il Paese dei Balocchi di Pinocchio è diventato reale, è sotto gli occhi di tutti anche se i più fingono di non vedere e scrivono articoli elogiativi a questo o a quel saltimbanco della cultura.
Queste tristi considerazioni sono iniziate all’alba in Piazza del Duomo, di fronte a quelle donne simulacro di qualcos’altro, a quegli uomini di possesso, a quelle tragiche versioni del femminile.
Fa tutto parte della stessa deriva.
L'estate rovente ci accoglie nel suo abbraccio infernale.
Nessun problema, avremo tante esperienze immersive a distrarci dall’essenziale.
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Laura Mazzeri