Ferragosto 2026. Scrittura “a caldo” su una nuova fase.
Oggi è il primo giorno di una nuova fase, dopo che anche il nostro secondo figlio è emigrato altrove. La primogenita (chirurga) si è trasferita seguendo il bisogno di lavorare con competenza senza soggiacere a logiche di sfruttamento e di superlavoro per tappare le falle di un sistema in crollo, un sistema che si sbriciola a vista d’occhio come le nostre montagne in questa estate rovente e senza scampo. Il secondogenito (biennio di laurea magistrale di ricerca, linguistica teorica) si è trasferito perché i suoi docenti della triennale gli hanno detto “non in italia, qui non hai possibilità”.
Lo sappiamo tutti, ormai - tranne chi proprio non vuole vedere - che nel nostro Paese non si pensa, non si progetta, non si realizza nulla in vista di un’idea di futuro possibile. Non dico un futuro eccellente ma anche solo possibile. Lo dicono indagini sociologiche e demografiche, dati che offrono conoscenza concreta, seria, non aleatoria, della situazione in atto da lungo tempo.
Conoscere i dati e le relative interpretazioni non ci aiuta, però, a nascondere lo sgomento di fronte a queste perdite umane. Sono felice per loro, per il senso di avventura, di determinazione e di scopo da cui sono animati, auguro loro ogni fortuna dal profondo dei miei sentimenti d’amore. Eppure, di fronte a questi movimenti, mi viene da riflettere sul costo di tali scelte, non solo sulle opportunità.
Per i genitori.
Li abbiamo cresciuti con amore, certamente, ma aldilà dell’ambito puramente affettivo che ognuno ha declinato secondo le proprie caratteristiche personali, cosa abbiamo davvero messo in campo come lavoro e investimento intorno alla loro realizzazione? Lo dico in termini chiari: strumentare i nostri figli per la loro crescita e realizzazione è stato lo scopo principale di ogni scelta familiare, di ogni rinuncia personale mai vissuta come sacrificio ma come azione necessaria per dare valore e costrutto alle vite che avevamo messo al mondo. Lo abbiamo fatto con costanza, sempre, in assenza di sostegni sociali mirati alla valorizzazione reale delle attitudini dei nostri bambini e giovani. Nel mio specifico caso anche senza aiuti familiari ex ante. Nel mio caso specifico, in quanto donna-madre, con un senso continuo di frustrazione tra diversi ruoli e opportunità professionali desiderate ma impedite/deviate dalla funzione materna: le gravidanze e la gestione neonatale viste come una bomba lanciata dentro aziende e istituzioni, maternità malviste dai datori di lavoro, anche quando sono enti pubblici. Ruoli paterni ricavati anch’essi con mirabolanti salti di equilibrismo tra desiderio affettivo e necessità economica. Perché mai nulla è stato pensato (e poi realizzato) per rendere desiderabile o anche solo auspicabile quel ricambio generazionale di cui i politici si sciacquano la bocca da ogni fronte. E così, al termine di tutto questo lavoro effettuato NONOSTANTE le condizioni avverse, ecco che quei giovani che ancora conservano una fiammella di desiderio e di amor proprio, di fronte allo sfacelo del terreno sociale (e stiamo parlando di Milano) se ne vanno. Spinti da un desiderio, certamente non costretti per ragioni di sussistenza, ma pur sempre sospinti da una grave mancanza di opportunità.
Per i figli.
Bene che si muovano, che non vegetino sul groppone dei genitori, che non rinuncino a speranze e a giuste ambizioni. Gli obiettivi che perseguono sono probabili/possibili ma non certi. Se penso a loro due, se mi immedesimo per un momento nei loro pensieri e aspettative sento in modo netto e, direi, carnale, che sono persone che scelgono (e spero siano in grado di tollerare) una ESPOSIZIONE di se stessi, mente e corpo, a qualcosa di non noto, non prossimo, non comodo, non facile. A nuovi ambienti, comportamenti umani da capire e decodificare, competenze da acquisire e da modulare, abitudini diverse da far proprie.
Cos’è questa Esposizione?
Dal latino Exponere, porre fuori. Mi viene in mente, ovviamente, la ruota degli esposti dove venivano lasciati i neonati ai quali non si poteva garantire la sussistenza, le case degli esposti, gli ospedali degli innocenti. Figure storiche dell’impossibilità e della ricerca di una possibilità.
Questi ragazzi che si trasferiscono si auto-espongono per darsi dignità, per mantenere vivo il desiderio, per non deprimere la propria innata vitalità, per poter pensare che ancora ci sia possibilità. Escono dalla zona di prossimità per addentrarsi in ambienti e situazioni di cui non hanno contezza se non per esperienza indiretta, per letture e studi o brevi conoscenze dirette in occasione di viaggi.
Si ex-pongono in un progetto di trasferimento che è un trapianto: poter funzionare altrove.
Sono nello stesso tempo orgogliosa, preoccupata, palpitante, speranzosa.
Non rileggo e non correggo quanto ho scritto di getto. Sono i pensieri di oggi, nel mio primo giorno del mio nuovo ruolo/non ruolo: genitore che sta fuori zona, che compie un passo laterale, che si smarca dal gioco al centro, che si pone nella scelta volontaria di non interferire, che credo sia l'ultima e più importante azione materna per farli vivere davvero
Osservo, penso, spero, faccio il tifo per loro.
Buon ferragosto a tutti!
Laura Mazzeri